lunedì, 23 luglio 2007

Cari amici,

mentre molti di voi tentennavano e non si decidevano a venire a Firenze per una giornata insieme e un "saluto" a Benigni, io e Marco, che da Benigni volevamo andare da almeno un anno e mezzo (dovete imparare che tra me e Marco le cose funzionano così: prima che ci decidiamo a fare una cosa, passa un'altra era glaciale), abbiamo deciso di darci da fare da soli, e ci siamo messi a cercare due biglietti. Che non c'erano.
A Firenze erano vicini al tutto esaurito, com'era da Pisa dopo una settimana dall'apertura del botteghino. Per cui disperati - leggi: Elisabetta arrabbiata come una iena perchè si aspettava un regalo, e aveva capito di doverselo fare da sola, senza aspettare lui  - eravamo sul punto di provare ad andare a Viareggio, visto che almeno era più vicino di Firenze, e i biglietti allora non erano ancora in vendita, per cui potevamo prenotare un posto migliore, circa due settimane fa andiamo a dormire in Val di Cecina dai miei nonni, dove incontriamo mio zio. Dopo un'ora di suo monologo su quanto è bravo Benigni, su quanto sia stato neutrale ("Ne ha per tutte"... io dubitavo - e dubito tuttora - ma capitelo, mio zio mi sa che non vota Berlusconi...), su quanto reciti bene, io iniziavo ad avere i nervi tesi al massimo per l'invidia, e la sua compagna ci fa: "Se volete abbiamo due amici che stanno cercando di vendere i loro biglietti". Io guardo Marco e poi guardo mia madre: "Ma certo!!!". Dopo la trattativa siamo venuti a sapere che erano in tribuna centrale non numerata, ovvero quella in fondo alla piazza...ma erano a Pisa, in Piazza dei Cavalieri, cosa potevamo volere di più?!

 foto_piazza_cavalieriGià, lo spettacolo si è svolto ieri sera in Piazza dei Cavalieri. Per una volta voglio trascurare la cattiva amministrazione della mia città, in quanto il sindaco aveva gestito la viabilità e le strade del centro storico in modo vergnognoso (mi sono ritrovata a a dover scavalcare una siepe per non fare il giro del quartiere ed arrivare ad una fila pazzesca per entrare, con solo due ragazze che controllavano i biglietti), e mi soffermo sulla bellezza della mia città, e della serata di ieri.
Piazza dei Cavalieri è a nord ovest della città, in quello che oggi è il centro storico. E' definita da molti una delle piazze più bell'Italia, se non del nostro mondo, in quanto racchiude in sé alcuni capolavori dell'architettura e dell'arte in generale, patrimonio del nostro splendido Paese. I due palazzi che vedete nella foto in alto a destra sono rispettivamente, partendo da destra, il palazzo della Scuola Normale Superiore, affrescato dal Vasari, e l'altro è La Torre della Muda, più comunemente chiamata Torre del Conte Ugolino della Gherardesca, dove appunto furono imprigionati il Conte, i due figli e i due nipoti,  Il nome della Muda deriva dal fatto che in precedenza vi venivano rinchiuse le aquile allevate dal comune di Pisa durante il periodo della muta delle penne. La torre fu inglobata nel Palazzo dell'Orologio. Non sto a descrivervi completamente tutta la Piazza, che comunque ospita anche la Chiesta di Santo Stefano, perchè ogni angolo della mia città racchiude storie e vite dell'epoca medioevale e rinascimentale che fanno impazzire qualsiasi storico e storico dell'arte, aggiungo solo un ultimo particolare: sotto la piazza si apre una delle librerie più importanti e famose al mondo, quella della Scuola Normale, che ospita alcuni originali di testi importanti.
Ieri sera il palco era posizionato fra i due palazzi sopra citati, e i posti erano distribuiti ad anfiteatro.
Noi eravamo proprio in fondo, al limite con via Sanfrediano, ma con gli occhiali sono riuscita a vedere benissimo l'attore e, soprattutto, era ottimo l'impianto audio.
Roberto Benigni ha iniziato la performance con le sue solite battute, alcune riciclate, altre addirittura simpatiche, ma io stavo già per scocciarmi quando ha sparato alcune battute o aneddoti raccontategli da un cameriere pisano.
Ve ne riporto alcuni, secondo me simpaticissimi.

Il sogno di un pisano
è alzarsi a mezzogiorno
guardare in mezzo al mare
e non vedere più Livorno.

C'è un Pisano con Bin Laden e un livornese,
sulla Torre di Pisa.
E deve buttà giù uno di velli,
e gli chiedano:
"caa fai? Butti giù prima ir livornese, no?"
Ir pisano allora risponde:
"No! Prima ir dovere e poi ir piacere!"

Sinceramente, ora non ne ricordo altri, magari Marco mi darà una mano e ne riporterà altre.
Lo spettacolo è proseguito con la spiegazione delle terzine tratte dal XXXIII canto dell'Inferno: Benigni le leggeva, le spiegava, le ambientava storicamente, e ci faceva qualche battuta. Io credevo che lo spettacolo finisse così, e invece.
Ad un certo punto sono cambiate le luci, rosso fuoco. Rosso Inferno. Lui si è immobilizzato davanti al microfono e ha inziato a recitare l'incontro di Dante e Virgilio con il Conte, il suo monologo, l'invettiva contro Pisa, quella contro Genova..regnava il silenzio fra gli spettatori. Ma era silenzio reverenziale, non tanto verso Benigni, che mi ha stupita e mi ha regalata emozioni fortissime, quanto verso l'immensità dell'opera.
La sua voce riecheggiava per la piazza, le persone, dal più colto al più ignorante, dal più sveglio al più vagabondo, dal più buono al più meschino, tutti in quel momento trattenevano il respiro.
A me personalmente sembrava che la voce uscisse da quelle pagine, o direttamente da dentro di me. Ho chiuso gli, e mi sono piegata sotto il peso di tutta l'arte e la grandezza racchiusa nella Commedia, la Commedia che parla di passione, di strazio, di amore, di desiderio, di purificazione. La Commedia che parla della vita di ciascuno di noi. Che parla di redenzione.
Non ho pianto, come mi capita sempre quando mi commuovo. Ero ferma e ascoltavo, ma ero felice. Felice come sono sempre di fronte all'arte, quella vera.
E Dante ci ha fatto questo regalo stupendo, sì Roberto, avevi ragione. Ci doveva volere molto bene. E pensare che l'ha fatto per amore di una donna, ed è vero, l'ha fatto per gli occhi della donna beata e bella, loda di Dio vera, ci rende quell'anima maestosa che indovinò il mondo nel 1300 ancora più vicina a noi.
Non vale la pena parlare della Divina Commedia nella sua totalità e nella sua grandezza, molte lezioni sono state fatte a proposito, riguardo quell'incrocio fra arte, sapienza, e profonda fede.

Però devo dire che sono questi i momenti in cui ringrazio Dio di essere Italiana. E anche Pisana, Pisa, quella città che è protagonista della più famosa invettiva al mondo. Il nostro patrimonio artistico e letterario è frutto di un amore per la vita che forse solo noi Italiani siamo stati capaci di possedere.

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

3     del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: "Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ’l cor mi preme

6     già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

9     parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo

venuto se’ qua giù; ma fiorentino

12     mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

e questi è l’arcivescovo Ruggieri:

15     or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

18     e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

21     udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,

la qual per me ha ’l titol de la fame,

24     e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’io feci ’l mal sonno

27     che del futuro mi squarciò ’l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ’ lupicini al monte

30     per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

33     s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ’ figli, e con l’agute scane

36     mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli

39     ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;

42     e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava

che ’l cibo ne solëa essere addotto,

45     e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

a l’orribile torre; ond’io guardai

48     nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

51     disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

Perciò non lacrimai né rispuos’io

tutto quel giorno né la notte appresso,

54     infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

57     per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia

60     di manicar, di sùbito levorsi

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

63     queste misere carni, e tu le spoglia".

Queta’mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

66     ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

69     dicendo: "Padre mio, ché non m’aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

72     tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

75     Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno".

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese ’l teschio misero co’ denti,

78     che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ’l sì suona,

81     poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

84     sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Ché se ’l conte Ugolino aveva voce

d’aver tradita te de le castella,

87     non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata

90     e li altri due che ’l canto suso appella.

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata

ruvidamente un’altra gente fascia,

93     non volta in giù, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,

96     si volge in entro a far crescer l’ambascia;

ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

99     rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, sì come d’un callo,

per la freddura ciascun sentimento

102     cessato avesse del mio viso stallo,

già mi parea sentire alquanto vento;

per ch’io: "Maestro mio, questo chi move?

105     non è qua giù ogne vapore spento?".

Ond’elli a me: "Avaccio sarai dove

di ciò ti farà l’occhio la risposta,

108     veggendo la cagion che ’l fiato piove".

E un de’ tristi de la fredda crosta

gridò a noi: "O anime crudeli

111     tanto che data v’è l’ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,

sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,

114     un poco, pria che ’l pianto si raggeli".

Per ch’io a lui: "Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,

dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,

117     al fondo de la ghiaccia ir mi convegna".

Rispuose adunque: "I’ son frate Alberigo;

i’ son quel da le frutta del mal orto,

120     che qui riprendo dattero per figo".

"Oh!", diss’io lui, "or se’ tu ancor morto?".

Ed elli a me: "Come ’l mio corpo stea

123     nel mondo sù, nulla scïenza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l’anima ci cade

126     innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

E perché tu più volentier mi rade

le ’nvetrïate lagrime dal volto,

129     sappie che, tosto che l’anima trade

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto

da un demonio, che poscia il governa

132     mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.

Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

135     de l’ombra che di qua dietro mi verna.

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

138     poscia passati ch’el fu sì racchiuso".

"Io credo", diss’io lui, "che tu m’inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

141     e mangia e bee e dorme e veste panni".

"Nel fosso sù", diss’el, "de’ Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

144     non era ancor giunto Michel Zanche,

che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

147     che ’l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi". E io non gliel’apersi;

150     e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi

d’ogne costume e pien d’ogne magagna,

153     perché non siete voi del mondo spersi?

Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

156     in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

postato da: azzurraliberta alle ore 11:53 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 03 luglio 2007

Oh bimbi, ci venite il 20 luglio a Firenze? La sera rimanete allo spettacolo di Benigni "TuttoDante"?

Fatecelo sapere ché si prenotano i biglietti (anche se secondo me un ci sono già più)!

Saluti a tutti [e magari rispondete]

Elisabetta

postato da: azzurraliberta alle ore 08:15 | Permalink | commenti (2)
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